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Diritti dell’Uomo e Costituzione: “sacri testi” invocati ad intermittenza?

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L’articolo 26, comma 3, della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo prevede che: “I genitori hanno diritto di priorità nella scelta di istruzione da impartire ai figli”.

L’art. 2 del protocollo addizionale alla Convenzione europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali recita: “Lo Stato, nell’esercizio delle funzioni che assume nel campo dell’educazione e dell’insegnamento, deve rispettare il diritto dei genitori di provvedere a tale educazione e a tale insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche”.

La Raccomandazione CM/Rec (2015) del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, nell’occuparsi dell’insegnamento nelle scuole della teoria del genere, invita espressamente gli Stati membri a “tenere conto del diritto dei genitori di curare l’educazione dei propri figli” (Allegato VI, Istruzione).

Quanto sopra per sottolineare la circostanza per cui i “sacri testi” sopra richiamati (e lo stesso vale per la Costituzione italiana all’articolo 30) qualificano il diritto dei genitori di educare i figli conformemente alle proprie convinzioni morali, religiose e/o filosofiche come diritto incoercibile, che neppure lo Stato può arrogarsi il diritto di sopprimere.

D’altra parte è noto che il primo dei diritti ad essere soppresso dai regimi totalitari è quello dei genitori ad educare i propri figli, atteso che l’educazione dei bambini deve essere riservata allo Stato, tra i cui compiti rientra quello di plasmare secondo le proprie convenienze le coscienze e le menti dei propri sudditi.

Quanto sopra per chiarire il contesto giuridico e culturale in cui deve essere valutata la questione oggetto della presente proposta di mozione, che intende tutelare proprio il diritto dei genitori a che i loro figli ricevano anche nelle istituzioni scolastiche un’educazione rispettosa dei propri valori e principi di riferimento.

E ciò con particolare riferimento alla teoria del genere, il cui insegnamento sembra essere divenuta una delle priorità delle istituzioni che di scuola si occupano a vario titolo.

Recenti e accese sono state le polemiche cui ha dato luogo l’iniziativa del Comune di Trieste, intenzionato ad introdurre negli asili cittadini il “Gioco del rispetto”, finalizzato a far superare a bambini d’età tra 3 e 6 anni gli stereotipi di genere che tanto turbano una ristrettissima lobby di persone, mosse in qualche caso da convinzioni tanto profonde quanto strampalate, ed in altri, riteniamo prevalenti, dal tornaconto economico che la progressiva affermazione dell’ideologica procura a qualcuno (cattedre universitarie, pubblicazioni, conferenze, consulenze, etc).

Iniziativa che ha comprensibilmente suscitato, oltre all’interesse di molte amministrazioni governate dalla Sinistra, una gran mole di proteste e polemiche, in ragione delle quali è almeno parzialmente rientrata, anche se il Sindaco Pd l’ha strenuamente difesa affermando, in un momento di particolare entusiasmo, “la nostra Trieste è sempre stata nel mondo un esempio all’avanguardia nella cultura civica, da Maria Teresa (supponiamo si faccia riferimento all’Imperatrice, la cui attinenza con l’imposizione gender francamente ci sfugge) a Franco Basaglia” (e qui, invece, il riferimento potrebbe essere in effetti pertinente, se solo si considera il contenuto di alcuni dei giochi che questi illuminati rappresentanti del politicamente corretto vorrebbero imporre a bambini di tre anni!).

Pur senza entrare nel dettaglio del diverse schede di gioco, considerato che, come vedremo di seguito, non può affatto escludersi che qualche nostrano amministratore/educatore/politico voglia introdurre temi analoghi nei nostri asili e nelle nostre scuole primarie, vale senz’altro la pena, di accennare ai contenuti di almeno una delle schede proposte, che in buona sostanza sono dirette a scardinare alcune certezze che naturalmente i bambini hanno circa i ruoli maschile e femminile, costringendoli a travestimenti, a scambi di vestiti tra maschi e femmine, a giochi che abitualmente non fanno (i maschietti sono costretti a giocare con le bambole o nell’area “cucina/casetta”, mentre le femminucce a giochi tipicamente maschili).

Una scheda in particolare, dicevamo, merita di essere segnalata e cioè quella relativa al gioco “Se io fossi te: un po’ diversi, un po’ uguali l’importante è che siamo pari”.

Anche altre schede sarebbero meritevoli di approfondimento (si pensi a quella che prevede il gioco “Anche la maestra si traveste”, destinato a bambini tra i 3 ed i 6 anni; come testimonial chiameranno il signor Guadagno Valdimiro, in arte Luxuria?), ma per ragioni di spazio ci limitiamo a “Se io fossi te”.

Gioco destinato ai bambini di 5/6 anni, che prevede, al termine di alcuni esercizi fisici, l’osservazione di sensazioni e percezioni (eguali per i corpi dei maschi e della femmine) anche mediante “esplorazione dei corpi dei compagni”, nel corso della quale, continua la scheda, “ovviamente i bambini/e possono riconoscere che ci sono delle differenza fisiche che li caratterizzano, in particolare nell’area genitale”. Che fare, allora? L’illustre equipe di pedagogisti ha la risposta pronta: “E’ importante confermare loro che maschi e femmine sono effettivamente diversi in questo aspetto e nominare senza timore i genitali maschili e femminili, ma che tali differenze non condizionano il loro modo di sentire, provare emozioni, comportarsi con gli altri/e” (per informazioni rivolgersi all’esperto sopra citato).

Tali iniziative hanno prodotto non poche polemiche e sollecitato l’intervento di numerosi genitori, che in alcuni casi hanno ottenuto un sostanziale ridimensionamento del progetto.

Quanto al Trentino, è noto che a partire da questo anno scolastico verranno attivati in alcune scuole trentine che ne hanno fatto richiesta (21 istituti) 61 “percorsi di educazione alla relazione di genere”.

Destinatari di alcuni di questi (30 attivazioni per il Percorso 3) sono gli studenti delle scuole medie e superiori (quindi nella quasi totalità minorenni).

Gli altri percorsi attivati sono rivolti ad insegnanti e genitori ed sono con tutta evidenza prodromici alla prossime estensione di tali iniziative in misura assai più generalizzata agli studenti; diversamente non avrebbe senso “formare” insegnanti e genitori.

La decisione della Giunta provinciale, fortemente voluta dall’assessore Ferrari e sostenuta (non sappiamo con quanta convinzione) dal Presidente Rossi, ha suscitato non poche perplessità e polemiche.

L’assessore Ferrari ha minimizzato la questione, sostenendo che lo scopo di questi percorsi è soltanto quello di contribuire ad eliminare gli stereotipi di genere maschio/femmina e che la teoria gender, che peraltro a detta dell’assessore neppure esisterebbe, nulla ha a che vedere con l’iniziativa.

L’assessore, rileva inoltre come tali percorsi non abbiano nulla a che vedere con il tema della c.d. omofobia, di cui si occupa invece il disegno di legge attualmente all’esame del Consiglio provinciale.

Di segno opposto le reazioni di alcune forze politiche, di alcune libere associazioni e di molti genitori ed insegnanti, che temono, invece, che l’iniziativa altro non sia che il cavallo di Troia attraverso il quale diffondere la teoria gender nelle nostre scuole, a partire ovviamente dai più piccoli, in quanto tali più facilmente indottrinabili.

La posizione di Civica Trentina al riguardo è nota e non necessita di essere ribadita in questa sede, in cui ci limitiamo ad alcune sintetiche considerazioni.

Dunque, dice l’assessore Ferrari tali percorsi avrebbero semplicemente la finalità di cancellare gli stereotipi di genere ed a promuovere la parità di genere.

Presupposto (non esplicitato dall’assessore, ma logicamente necessario) di tale assunto è l’esistenza di una situazione in cui gli studenti trentini sarebbero portatori (o vittime) di pregiudizi sessisti da estirpare; a ciò sarebbero finalizzati i percorsi di genere.

Ebbene, tale presupposto è clamorosamente falso, come dimostra un recentissima ricerca che pure la Giunta provinciale dovrebbe conoscere bene.

La ricerca, commissionata dal Forum per la Pace e svolta dall’Università di Trento, ha interessato ben un migliaio di studenti trentini e dato i seguenti risultati: il 91% ritiene giusto che gli uomini svolgano anche le faccende domestiche, il 58% ritiene che i ruoli di padre e madre siano del tutto intercambiabili (se non per l’allattamento), il 96% ritiene che la carriera sul lavoro sia adatta anche alle donne, il 91%, infine, ritiene che le donne siano adatte alla politica esattamente come gli uomini.

A fronte di tali risultati è del tutto evidente che nelle scuole trentine non vi è alcun pregiudizio da estirpare di cui i nostri studenti sarebbero portatori.

Ed allora, se la logica ha ancora un senso, risulta essere del tutte evidente che le finalità dell’iniziativa in discussione sono ben altre.

Altra circostanza di fatto significativa è, ad avviso dei proponenti, quanto accaduto in occasione del seminario svoltosi nel marzo scorso a Trento dal titolo “Bambini e bambine: educazione, prospettive, pari opportunità”, promossa dal Comune di Trento e dalla Cooperativa Bellesini s.c.s. che si occupa di attività di formazione e consulenza pedagogica ed educativa per le scuole dell’infanzia equiparate (così c’è dentro tutto, pubblico e privato), con l’immancabile presenza dell’assessore Ferrari.

Il seminario, nel corso del quale un bel po’ di tempo è stato dedicato dagli esperti intervenuti a demolire le fiabe “tradizionali” (quelle con principi e principesse per intenderci), ha visto l’intervento di un rappresentante del Comune di Trento, che, forse travolto dall’entusiasmo, ha testualmente affermato: “Noi (il Comune) vogliamo asili in cui i maschietti possono, anzi debbono, giocare con le bambole”.

Inoltre, merita di essere segnalata la circostanza per cui tra i testi consigliati per l’insegnamento di queste astruse teorie viene raccomandato “Rosa Confetto” ed altre storie”, la cui lettura è consigliabile a chi vuol sapere cos’è l’ideologia gender.

La storiella, esposta sotto veste di fumetto (in quanto rivolto ai bambini), nel dipingere il quadro di una società arretrata e retrograda popolata da elefantine rosa (le bambine) e da elefantini grigi (i bambini), si chiude con il lieto fine: l’avvento di una società nuova (e di un uomo nuovo) in cui “riesce difficile a chi guardi giocare i piccoli di quella tribù decidere quali sono le elefantine e quali gli elefantini”.

Ecco, in estrema sintesi, l’essenza della teoria gender, che nega alla radice l’esistenza di una differenza oggettiva tra uomo e donna determinata dal sesso biologico, poiché ogni distinzione sarebbe determinato solo ed esclusivamente da presunti condizionamenti e culturali, che proprio l’insegnamento ai nostri figli e nipoti di tale teoria dovrebbe cancellare.

Di fatto, ciò che l’ideologia gender si propone è la cancellazione della prima delle identità umane e cioè dell’identità sessuale; analogamente, peraltro, a quanto avviene da tempo in tema di identità culturale, nazionale, famigliare, atteso che “l’uomo nuovo”, per poter essere più facilmente addomesticabile e quindi manovrabile, deve essere privato di ogni riferimento identitario.

Questo il contesto in cui s’inserisce la presente proposta di mozione, che vuole semplicemente impegnare la Giunta provinciale a rispettare i diritti che i sacri testi sopra richiamati riconoscono (non attribuiscono, si badi bene) ai genitori, o comunque a chi sugli studenti esercita la potestà parentale (non più patria, ovviamente).

Due sono gli impegni cui si vorrebbe vincolare la Giunta provinciale.

Il primo, proposto in via principale, è quello di sospendere l’attuazione dei “percorsi di educazione di genere” in esame e di promuovere un approfondimento sul tema che coinvolga il Consiglio provinciale e, soprattutto, le associazioni di genitori attive in Trentino, in esito al quale decidere se procedere senza alcuna modifica, se apportare qualche correttivo, od addirittura se archiviare l’iniziativa.

Ad oggi, infatti, il tutto si è svolto all’interno della Giunta provinciale, con un rapporto autoreferenziale con soggetti quali la Commissione pari opportunità ed il Centro studi interdisciplinare di genere, la cui rappresentatività, senza offesa per nessuno, pare essere piuttosto limitata.

Ed a noi pare evidente che su temi così delicati non si possa procedere senza aver previamente coinvolto i diretti interessati.

Il secondo, proposto in via subordinata, vuole quantomeno assicurare piena attuazione al diritto dei genitori, riconosciuto, come sopra abbiamo visto, ai massimi livelli (se non Deus, quantomeno Europa vult!), di essere fattivamente coinvolti in progetti educativi (o diseducativi, dipende dalle opinioni) così rilevanti.

Conseguentemente si propone, relativamente al percorso di cui sono destinatari gli studenti:

a) che l’attivazione sia preceduta da una adeguata informazione circa finalità e, soprattutto, contenuti dell’iniziativa (come noto, le vie dell’Inferno sono lastricate di buone intenzioni), rivolta a chi sugli studenti esercita la potestà parentale; e l’informazione per essere adeguata non può certo essere contenuta in fumosi documenti di carattere generico, di cui nessuno o quasi viene a conoscenza, ma deve essere specificamente rivolta ai genitori delle singole classi in occasione d’incontri d’informazione a ciò specificamente organizzati;

b) che sia riconosciuta ai genitori che non dovessero condividere i percorsi proposti, la possibilità di non far frequentare ai propri figli tali iniziative.

Analoga proposta viene poi svolta, in via più generale, alle iniziative didattiche comunque relative all’educazione sessuale ed affettiva e all’identità sessuale (o di genere che dir si voglia).

Quanto sopra premesso,

il Consiglio provinciale impegna la Giunta

 

1) in via principale, a sospendere l’attivazione dei percorsi di educazione di genere di cui in premessa (delibere della Giunta provinciale n. 1230/2014 e n. 869/2015) ed a promuovere un approfondimento del tema, coinvolgendo il Consiglio provinciale e, soprattutto, le associazioni di genitori attive in Trentino, in esito al quale decidere se procedere con il progetto senza modifiche, se procedere apportando delle modifiche o se archiviare definitivamente lo stesso;

2) in via subordinata, per l’ipotesi in cui si volesse procedere nell’attuazione del progetto senza alcun approfondimento, a dare attuazione alla normativa citata in premessa (Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e Convenzione Europa per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali), e conseguentemente ad impartire le direttive necessarie affinché:

a) l’attivazione dei percorsi che hanno come destinatari gli studenti siano preceduti da un’adeguata informazione sul tema rivolta agli esercenti la potestà parentale sugli studenti, da effettuarsi con le modalità indicate in premessa;

b) a riconoscere ai genitori la possibilità di far esonerare i propri figli dalla partecipazione ai percorsi in esame;

3) ad impartire analoghe direttive con riguardo alle iniziative didattiche relative all’educazione sessuale ed affettiva ed all’identità sessuale (o di genere).

 

cons. Rodolfo Borga..….…………….………….

cons. Claudio Cia……….………………………..

cons. Claudio Civettini……….…………………