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Il nostro movimento ha deciso di fornire supporto alle famiglie che intendono avere chiarimenti sulle iniziative didattiche promosse nelle scuole trentine in tema di gender, identità sessuale ed educazione all’affettività. Gli interessati potranno contattarci al numero 0461/227407 ed all’e-mail civicatrentina@consiglio.provincia.tn.it. Saranno fornite sia informazioni sull’argomento, sia suggerimenti su come comportarsi per vedere riconosciuto il fondamentale diritto delle famiglie a decidere circa l’educazione da impartire ai figli. A tal riguardo vogliamo ricordare alle tante anime belle che sostengono l’ideologia gender quanto prevedono la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e la Convenzione europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali. La prima, all’art. 3, prevede che: “I genitori hanno diritto di priorità nella scelta di istruzione da impartire ai figli”. La seconda, all’art 2 del Protocollo addizionale, recita: “Lo Stato, nell’esercizio delle funzioni che assume nel campo dell’educazione e dell’insegnamento, deve rispettare il diritto dei genitori di provvedere a tale educazione e a tale insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche”. Per tutelare tale fondamentale diritto (il primo ad essere soppresso dai regimi totalitari di ogni colore), abbiamo avviato al presente iniziativa e presentato la proposta di mozione che potete leggere cliccando il link

http://www.gruppoconsiliarecivicatrentina.it/diritti-delluomo-e-costituzione-sacri-testi-invocati-ad-intermittenza/

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Il Centro Studi interdisciplinari di Genere (di seguito CSG) dell’Università di Trento colpisce ancora; ed ancora una volta allineati e pronti a marciare al suo fianco, oltre all’Università e ad Arcigay, troviamo, unitamente alle ormai immancabili CGIL e UIL, la Giunta provinciale, che all’iniziativa ha addirittura concesso il proprio patrocino (sul punto torneremo di seguito).
Il prossimo 17 febbraio, presso la Facoltà di Sociologia, il CSG organizza infatti un incontro dal titolo che è tutto un programma (“Lo Zoo delle famiglie”; sic!), nel corso del quale, si riporta testualmente (lo precisiamo perché la circostanza per cui ad organizzare è stata l’Università, non ha impedito alla grammatica di zoppicare un pochino) “verrà affrontato il tema delle pluralità delle forme familiari e della gestazione per altri, di cui Rossi Marcelli porterà la propria esperienza diretta”.
Il comunicato si chiude con un apparentemente criptico auspicio: “Vi aspettiamo numeros*”; non numerosi e/o numerose, ma numeros*, in perfetta sintonia con le amenità intellettuali cui il CSG ci ha ormai abituati.
D’altra parte, possiamo ben comprendere che la “questione asterisco” stia particolarmente a cuore a CGIL e UIL, i cui iscritt*, tra una crisi economica ed un’altra, tra la chiusura di un’azienda ed un’altra, tra un licenziamento ed un altro, immaginiamo apprezzino molto l’impegno dei sindacati nel demolire la famiglia, che, rileviamo incidentalmente, costituisce, come noto anche ai sass*, il primo degli armonizzatori sociali (ma queste sono cose del passato, che nel mondo degli asterischi non contano nulla).
Moderano l’incontro Maria Micaela Coppola del CSG e Paolo Zanella, presidente Arcigay Trentino.
L’incontro si colloca peraltro in perfetta sintonia con un’altra brillante iniziativa del CSG, pur essa patrocinata dalla Giunta provinciale e di cui pure ci eravamo occupati, che aveva l’obiettivo, invero forse un po’ superiore alle forze intellettuali di organizzatori e relatori, di dimostrare che la famiglia naturale, essendo un ossimoro, non esiste.
E poiché secondo il CSG (l’Università di Trento, CGIL, UIL, Arcigay ed ovviamente la Giunta provinciale di Trento) la famiglia naturale non esiste, ne deriva inevitabilmente che vi sono “una pluralità di forme familiari” e che pertanto a buona ragione si può affermare che la famiglia è uno zoo.
In realtà, come vedremo, scopo dell’incontro è quello di fare un po’ di propaganda alla turpe pratica dell’utero in affitto, che, nonostante la diuturna azione di lobby svolta a suo favore, è sempre più riconosciuta dall’opinione pubblica come operazione moralmente inaccettabile, in quanto somma in sé tutte le possibili forme di sfruttamento: quello dell’uomo sulla donna, quello del ricco sul povero e quello dell’adulto sul bambino.
In effetti, nonostante i potenti appoggi di cui godono i suoi sostenitori (pochi e sempre meno, ma fortemente sponsorizzati e molto ben finanziati), sempre più questa triste realtà viene conosciuta dal popolo (quello semplice, senza asterischi per la testa) per quello che effettivamente è.
Basti pensare al fatto che nonostante il gran battage propagandistico dei media (schierati, con tanto di canzonettari di supporto, a favore del ddl Cirinnà), la grande maggioranza degli Italiani (fino all’80%) è contraria al riconoscimento delle adozioni a favore delle coppie omosessuali, che altro non costituisce che il grimaldello con cui far passare rendere legittimo l’utero in affitto.
Oppure, basti pensare al fatto per cui proprio recentemente a schierarsi contro l’utero in affitto sono stati famosi esponenti del mondo femminista e della Sinistra, con un appello che, se da un lato ha fatto arrabbiare assai Arcigay, dall’altro ha raccolto numerose adesioni, tra le quali, ad esempio, quelle di Stefania Sandrelli, di Ricky Tognazzi, Francesca Neri, Claudio Amendola, Grazia Francescato, Livia Turco, Giuseppe Vacca, Peppino Caldarola, Claudio Magris, Dacia Maraini, Aurelio Mancuso, già presidente di Arcigay (tutti biechi reazionari, come può vedersi).
E poi numerose sono le adesioni dall’estero, sia di singoli, sia di realtà operanti nel mondo accademico (altro che CSG dell’Università di Trento), in quello femminista ed in quello omosessuale, specie femminile (al link www.chelibertà.it, sito di cui consigliamo la lettura in particolare alla Commissione pari opportunità, si possono trovare appello ed elenco dei firmatari).
Già, perché, anche se i media sussidiati fanno di tutto per nasconderlo, nello stesso mondo omosessuale, numerose sono le voci contrarie all’utero in affitto, riconosciuto come un’inaccettabile forma di sfruttamento delle donne ed un altrettanto inaccettabile strumento di mercificazione dei bambini, ordinati e pagati come fossero animali d’affezione al fine di soddisfare le voglie “paterne” o materne” di qualcuno, cui la natura (e non già la reazione in agguato) non consente di avere dei figli.
E non a caso in Italia questa turpe pratica, non soltanto è vietata (a chiunque, etero od omosessuali), ma costituisce anche reato (di fatto la Giunta provinciale ha patrocinato un’iniziativa finalizzata a propagandare un pratica che costituisce reato!).
È ammessa, invece, in alcuni Paesi stranieri, ed è proprio utilizzando la legislazione di tali Paesi che si vorrebbe surrettiziamente introdurre anche in Italia tale scempio: a questo, e non ad altro mira il ddl Cirinnà, che più propriamente dovremmo definire Lo Giudice, dal nome del senatore PD, che con il “marito” si è comprato (costo circa 120.000,00 euro) un bambino all’estero, e che ora spera, anche con il suo voto (un “piccolo” interessante caso di conflitto d’interessi), di legalizzare il tutto.
Ciò premesso, vediamo quali sono le idee che il relatore dell’incontro verrà a propagandare a Trento sulla base della sua personale esperienza, forte del supporto di Arcigay, Università di Trento, CGIL e UIL e del patrocino della “nostra” Provincia.
Claudio Rossi Marcelli è un giornalista, “maritato” all’estero con un manager di una grande multinazionale, che è ricorso all’estero a quella che egli definisce “maternità surrogata”.
Pratica che ovviamente difende e che verrà a Trento a propagandare.
D’altra parte, come egli scrive su L’Internazionale, non necessariamente l’utero in affitto comporta lo sfruttamento delle donna il cui utero viene affittato (della sorte del bambino non si occupa, perché tanto quel che conta è l’Ammore).
Certo è vero che in molti Paesi il rischio dello sfruttamento è reale, ma in altri, più “evoluti” (come i mitici States) le cose stanno diversamente.
Non che la donna non venga pagata per l’affitto del proprio utero, ma “in genere si tratta di un’espressione del principio tutto americano del win-win: io metto qualche soldo in più da parte grazie e a te e tu metti su famiglia grazie a me, e siamo tutti soddisfatti” (e il bambino, destinato a nascere senza una madre? dettagli, e poi, come noto, basta l’Ammore).
D’altra parte che il relatore sponsorizzato dalla Giunta provinciale abbia idee che ai più (stiamo parlando del popolo, quello semplice, senza asterischi per la testa) possono sembrare un po’ balzane è noto.
Sempre su L’Internazionale, in un articolo significativamente titolato “I Vizietti della stampa”, il nostro elenca 10 errori che i giornalisti dovrebbero evitare quando parlano di persone LGBT.
Il 13 ottobre 2013, Rossi Marcelli si occupa della mamma ed inizia sarcasticamente con l’avviso di preparare i fazzoletti, “perché la stampa italiana tratta la questione della mamma con una buona dose d’amore e con una drammaticità decisamente eccessiva”.
“Quello che non tutti sanno” (forse neppure la patrocinante Provincia autonoma), ci informa il Rossi Marcelli, “è che la mamma non è sempre la mamma”.
L’articolo continua rilevando come i termini madre e mamma, che pure spesso coincidono ammette (credo a malincuore) il nostro relatore, hanno due significati ben distinti ed i giornalisti, ammonisce l’esperto in mamme e/o madri dall’alto della sua esperienza, devono saper fare la differenza.
Quindi, dopo aver parlato del ruolo della mamma adottiva in una famiglia eterosessuale, ecco che il nostro relatore, con salto logico in verità piuttosto ardito, arriva proprio dove voleva andare a parare: “la stessa cosa avviene per le famiglie con due papà: nel caso di ricorso alla gestazione per altri la donna che dona (in realtà, come noto, non dona nulla nessuno, perché ognuno viene pagato: chi per l’ovulo, chi per l’affitto dell’utero, entrambe per il bambino) l’ovulo e poi quella che ha portato avanti la gravidanza non sono mamme”, ci spiega Rossi Marcelli, il quale ammonisce che “usare il termine mamma per definire queste donne è solo una forzatura, se non una vera e propria distorsione della realtà” (e non c’è dubbio che chi ricorre a queste pratiche di distorsione della realtà se ne intende parecchio).
Interessante notare come il nostro relatore riconosca che non di rado viene creato uno sdoppiamento tra la donna che fornisce l’ovulo e quella che, previa fecondazione in vitro, funge da garage per nove mesi.
La scelta non è casuale: poiché, nonostante tutte le forzature possibili, prima o poi il povero bambino chiederà chi è la sua mamma, si cerca di spezzare il più possibile quel legame che, con buona pace di Rossi Marcelli, la natura ha creato.
Il più naturale, profondo ed immediato dei legami: quello tra un bambino e la madre.
Lo sproloquio si ferma qui, senza indagare su una circostanza che pure a noi comuni (e retrogradi) mortali, pare essere di non poco conto: se le due donne che hanno contribuito a far nascere il bambino non sono le mamme, chi sarà la mamma? o il mammo? o forse il bambino nascerà e vivrà senza mamma?
Dimenticavo: la questione non è importante, perché quel che conta è l’Ammore!
Ecco le idee, i valori, i principi che l’incontro del 17 febbraio verrà a diffondere in Trentino, grazie anche all’autorevole patrocinio della Provincia di Trento (senza contare, si ripete, che la pratica dell’utero in affitto in Italia costituisce ad oggi reato).
Relativamente alla questione dei costi, su cui i sostenitori dell’utero in affitto ben comprensibilmente cercano di svicolare, allego all’interrogazione alcuni articoli che si occupano dei costi della “donazione” in diversi Paesi ed alcune pagine estratte dal sito BioTexCom – center for human reprodution, due delle quali dedicate ai costi d’acquisto, che vanno dai 29.900,00 euro del “pacchetto economy” ai 49.900,00 euro del “pacchetto VIP SURROGACY (un po’come mettere la Fiat con la Ferrari!).
Trattasi di documenti assai istruttivi, che permettono a tutti di comprendere appieno la menzogna di cui si rende responsabile chi parlando di utero in affitto utilizza eufemismi come maternità surrogata o, peggio, ha il coraggio di definire questa turpe operazione come una donazione.
E nel concludere, veniamo al patrocinio concesso dalla Giunta provinciale all’iniziativa che paragona la famiglia ad un zoo.
Sappiamo che, secondo la normativa vigente (delibera G.P. n. 1784/2010 ed allegato A), “il patrocinio rappresenta la forma di riconoscimento morale mediante il quale il Presidente della Provincia autonoma di Trento esprime la simbolica adesione dell’ente ad un’iniziativa di carattere ed importanza provinciale ritenuta meritevole di apprezzamento per le sue finalità culturali, artistiche, scientifiche, educative, sportive, economiche, sociali e celebrative”.
E sappiamo anche che “il patrocinio esprime l’interesse per le iniziative, che si svolgono anche al di fuori dal territorio provinciale, e che risultano coerenti con i principi di crescita della comunità trentina sotto il profilo culturale, scientifico, educativo, sportivo, economico, sociale e celebrativo”.
Sappiamo poi che “il patrocinio della Provincia autonoma di Trento è concesso alle iniziative che soddisfano i seguenti criteri: a) apportino un significativo contributo scientifico, culturale o informativo, nell’ambito ed a vantaggio, rispettivamente della crescita e della valorizzazione della società trentina e della sua immagine; b) abbiano rilievo provinciale in relazione alla particolare risonanza e visibilità dovute ad aspetti storici, di tradizione e di prestigio o dell’interesse suscitato presso più comunità locali”.
Sappiamo pure che invece “il patrocino non viene concesso a iniziative e manifestazioni: a) che costituiscono pubblicizzazione o promozione finalizzata alla vendita, anche non diretta, di opere, prodotti o servizi di qualsiasi natura; b) che siano promosse da partiti o movimenti politici, da organizzazioni, comunque denominate, che rappresentino categorie o forze sociali, nonché da ordini e collegi professionali, ad esclusivo fine di propaganda o proselitismo, o per finanziamento della propria struttura organizzativa; c) che presentano il corpo come semplice oggetto di desiderio e possesso, o che ne diano un’immagine mercificata e irrispettosa dell’integrità personale”.
Quanto sopra premesso, crediamo sia ben comprensibile lo stupore dell’interrogante nell’apprendere del patrocinio concesso dalla Provincia.
Certo è vero che il sottoscritto vive (peraltro in buona compagnia) ancora nel mondo senza asterischi, ma non ci pare poi così incomprensibile la difficoltà nell’individuare, ad esempio, le finalità culturali e/o educative per cui la Provincia ha ritenuto l’iniziativa meritevole di apprezzamento.
Né per l’interrogante è agevole comprendere come l’iniziativa possa ritenersi coerente con i principi di crescita della comunità trentina sotto il profilo culturale, educativo e/o sociale.
Né, ancora, è agevole individuare le ragioni per cui la Provincia ha ritenuto che una tale iniziativa possa apportare un contributo, tra l’altro significativo, di qualsiasi genere a vantaggio della crescita e della valorizzazione della società trentina.
Pare, per contro, chiaro che la pratica dell’utero in affitto, che l’iniziativa patrocinata intende promuovere, presenti il corpo (della donna e del bambino) come semplice oggetto di desiderio e possesso e ne dia un immagine mercificata e irrispettosa.
Quanto sopra premesso, il sottoscritto consigliere

interroga il Presidente della Provincia al fine di sapere:

a) chi ha assunto la decisione di concedere il patrocinio all’iniziativa di cui in premessa;
b) nell’ipotesi in cui sia stata la Giunta provinciale a decidere, quali sono gli assessori che hanno votato a favore della concessione del patrocinio;
c) quali sono le ragioni che hanno indotto la Provincia a concedere il patrocinio all’iniziativa di cui in premessa, avendo riguardo alle fattispecie previste dalla normativa vigente;
d) se la Giunta è d’accordo nel ritenere la famiglia uno zoo, come sostiene l’incontro patrocinato (e se sì, da quali bestie lo zoo sarebbe popolato);
e) quali sono le ragioni per cui la Giunta ha ritenuto di dover promuovere la pratica dell’utero in affitto, che in Italia costituisce reato e che molteplici ed assai diverse realtà condannano fermamente, in quanto gravemente lesiva dei diritti delle donne e dei bambini.

A norma di regolamento si richiede risposta scritta.
cons. Rodolfo Borga

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 DISEGNO DI LEGGE OMOFOBIA: LA FAMIGLIA NATURALE VIENE PRIMA

Nel rispetto dei diritti individuali e degli affetti di tutti, ma senza equiparare realtà che eguali non sono

 

Cliccando sul link  intervento aula ddl omofobia  potete leggere l’intervento del consigliere Borga sul ddl promosso da Arcigay ed Arcilesbica e sostenuto dalla maggioranza. L’intervento è piuttosto lungo (circa 40 cartelle). Per questo seguirà una breve sintesi delle ragioni per cui ci stiamo opponendo in tutti i modi all’approvazione della proposta legislativa.

1) E’ vero che in Trentino ed in Italia esiste un “problema omofobia” e cioè un contesto generale discriminatorio nei confronti delle persone omosessuali in ragione del loro orientamento sessuale? Falso. Le ricerche esistenti dimostrano il contrario. Sono tutte citate nell’intervento. Qui mi limito a far presente che un recentissimo (2013) studio americano ha collocato l’Italia all’ottavo posto al mondo per accettazione sociale dell’omosessualità. Ed al quarto per la fascia d’età da 18 a 29! Non c’è che dire, proprio un Paese omofobo l’Italia. Ed il Difensore Civico ha confermato di non aver ricevuto alcuna segnalazione in tal senso che riguardi il Trentino.

2) E’ vero, invece, che vi sono deprecabili casi di violenza, verbale e fisica, in danno di persone omossessuali, anche in ragione del loro orientamento sessuale (anche se assai più numerosi sono gli episodi di violenza in danno, ad esempio, delle donne; un omicidio ogni tre giorni), per reprimere e prevenire i quali esistono però già tutti gli strumenti legislativi necessari.

3) Cos’è la discriminazione? Il termine si presta a non univoche interpretazioni (il discriminare, cioè il distinguere, il differenziare, in sé è proprio di ogni attività umana). Il disegno di legge non chiarisce in alcun modo cosa s’intenda per discriminazione, cosicché è agevole prevedere che nell’applicare la legge si considereranno come discriminanti la convinzione per cui la famiglia è solo quella costituita da un uomo e da una donna e quella per cui un bambino ha il diritto, che nessun legislatore può negare, di avere un padre ed una madre. E proprio per evitare che ciò avvenga Civica Trentina ha proposto con un ordine del giorno che nell’applicazione della legge tali convinzioni non potessero essere considerate come discriminanti ed essere così combattute nelle scuole, con conseguente indottrinamento dei nostri figli e nipoti. L’ordine del giorno è stato puntualmente bocciato dalla maggioranza. Cosa dunque dovremmo pensare?

4) Il disegno di legge interessa pesantemente la scuola, che diventerà il luogo privilegiato per la propaganda dell’ideologia di genere all’insaputa dei genitori. Per evitare questo abbiamo proposto un emendamento in base al quale le iniziativa nelle scuole che si rivolgono a studenti minorenni non possono avvenire senza il previo coinvolgimento dei genitori. L’emendamento non è stato accolto dalla maggioranza e i promotori del disegno di legge (Arcigay ed Arcilesbica) hanno testualmente affermato che tale emendamento, ove accolto, “vanificherebbe gli obiettivi del disegno di legge”. Come dire che se i genitori fossero informati prima di cosa la scuola vorrebbe propinare ai loro figli, certe cose non potrebbero essere fatte! Cosa dunque dovremmo pensare? Nella relazione troverete tutti gli articoli del ddl che si occupano di scuola, nonché gli esempi di quanto già ora avviene nella scuole italiane (la lettura è molto interessante). NOI NON VOGLIAMO CHE QUESTO ACCADA ANCHE IN TRENTINO.

Questo e tanto altro troverete nel documento allegato, la cui lettura a chi ha a cuore il destino dei propri figli e dei propri nipoti e cioè, in ultima analisi, della nostra Terra.